Imparare a risolvere, non a sapere

C’è un modello di formazione che tutti conosciamo, perché è quello con cui siamo cresciuti. Si parte dall’inizio — dalle basi, dai fondamentali, dalla storia — e si avanza per gradi verso la complessità. Prima la teoria, poi la pratica. Prima il principio, poi l’applicazione. È un modello che ha senso in certi contesti e che nella cosmetica ha prodotto generazioni di formulatori capaci. Ma ha un limite preciso, che diventa sempre più visibile man mano che il settore si complica: non prepara a quello che succede davvero sul banco.
Quello che succede sovente non è quasi mai lineare: non è “ho studiato gli emulsionanti, adesso formulo un’emulsione”. È “l’emulsionante che usavo da anni non è più disponibile, ho una commessa in scadenza, il cliente non vuole sapere nulla di cambiamenti, e devo trovare una soluzione che funzioni senza che nessuno se ne accorga”. È un problema reale, urgente, con conseguenze concrete, e la risposta, in quasi nessun corso che ho visto, c’è.
Questo non è un caso isolato, è diventato uno scenario comune, e lo diventerà ancora di più. In Glamour Cosmetics lo vedo ormai con una frequenza dsarmante: clienti che restano scioccati quando devono sentirsi dire che un ingrediente che utilizzavano da anni non è più disponibile. La reazione è sempre la stessa — “E adesso cosa faccio? Mi aiutate a sostituirlo?” — e dietro c’è sempre la stessa difficoltà: non sanno da dove cominciare, perché nessuno li ha mai preparati a questo tipo di problema.
I cataloghi delle materie prime si restringono — l’ho scritto qualche settimana fa parlando di come la distribuzione stia cambiando strutturalmente. Gli ingredienti spariscono per ragioni regolatorie, economiche, logistiche, industriali. A volte con preavviso, spesso senza. E chi ha una formula che funziona, un prodotto sul mercato, una promessa fatta al consumatore, si trova a dover risolvere un problema che nessun manuale aveva previsto.
La formazione tradizionale ha una risposta a questo scenario, ed è deludente: studia di più. Impara la chimica degli emulsionanti, conosci le alternative, costruisci il tuo bagaglio di conoscenze e poi saprai come muoverti. È un consiglio corretto in astratto, ma inutile nella pratica, perché il problema non è la mancanza di conoscenza in senso generale, è la mancanza di un metodo per applicare quella conoscenza a un caso specifico, con i vincoli reali che quel caso porta con sé.
La formazione a distanza ha peggiorato le cose, almeno nella sua versione più diffusa. Il modello è semplice: ecco il materiale, seguilo, applicalo. Magari c’è una community dove puoi scrivere, e se hai fortuna qualcuno risponderà. È un modello scalabile, economico, accessibile. E produce persone che sanno molte cose in teoria e non sanno cosa fare quando la teoria incontra un problema che non stava nel programma.
L’ultimo corso pubblicato in Academy nasce da qui. Non da un argomento che mancava nel catalogo, non da una lacuna curriculare da colmare. Da un problema reale, frequente, e spesso sottovalutato: come si sostituisce un ingrediente chiave — un emulsionante, un attivo, un filmogeno — quando non è più disponibile, senza che il consumatore se ne accorga e senza tradire le prestazioni che la formula originale prometteva?
È un problema che ha livelli diversi di difficoltà.
Il primo è tecnico: capire quale funzione svolgeva l’ingrediente nella formula, quali parametri garantiva, quali alternative esistono con profili di prestazione comparabili. Il secondo è più sottile, e spesso sottovalutato. Non è “uso i fusilli al posto delle penne” — quasi mai la sostituzione di un ingrediente chiave è diretta. Tocca l’equilibrio dell’intera formula: altri ingredienti che lavoravano in sinergia con quello sostituito, dosaggi che vanno ricalibrati, parametri di processo che cambiano. Un emulsionante diverso può richiedere una fase grassa ridisegnata. Un filmogeno alternativo può alterare il pH ottimale di lavoro. Un attivo sostitutivo può avere una finestra di temperatura diversa che impatta l’ordine di inserimento, magari non valida il claim dichiarato in formula.
In certi casi — e non sono rari — la sostituzione di un singolo ingrediente chiave porta a ribaltare completamente la formula originale. Non un aggiornamento: una riformulazione vera e propria. È esattamente quello che la seconda parte del corso affronta: il percorso completo, dal problema alla soluzione, quando la soluzione richiede di ricominciare da un punto diverso.
Il corso affronta entrambi i livelli, con due formule reali. Una è accessibile a tutti, sul nostro canale YouTube: permette di seguire il ragionamento, capire il metodo, vedere come si imposta il problema, ristrutturare una formula reale, dimostrando come si debba procedere in laboratorio passo dopo passo.
La seconda è riservata agli iscritti, e va più in profondità: non solo la sostituzione, ma, partendo da una formula diversa, come destrutturarla completamente e stravolgendola, ma ottenendo lo stesso risultato finale usando gli ingredienti chiave dichiarati.
Questo è l’approccio che stiamo cercando di costruire. Non la formazione che parte dall’arca di Noè e arriva all’intelligenza artificiale passando per la storia del mondo. Non il programma che copre tutti gli argomenti in ordine logico. Ma la formazione che parte da dove il problema esiste — sul banco, nella realtà operativa, nei vincoli concreti di chi formula ogni giorno — e costruisce gli strumenti per affrontarlo.
Non è più comodo del metodo tradizionale. In certi sensi è molto più difficile, perché richiede di scegliere i problemi giusti, quelli che hanno abbastanza profondità da insegnare qualcosa di reale, e di costruire intorno a loro un percorso che non sia un tutorial ma un ragionamento. Ma è il tipo di formazione che produce qualcosa di diverso da una lista di nozioni: produce la capacità di affrontare il prossimo problema, anche quello che non era nel programma.
Che è, in fondo, l’unica capacità che non diventa obsoleta e delegabile totalmente all’intelligenza artificiale.
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