La cosmetica non è un gioco

da | 14 Maggio 2026

Tempo di lettura stimato dell'articolo completo: 3 minuti

Su Facebook, in un gruppo di cosmetica fai da te, qualcuno pubblica una formula. Effetto descritto, foto del barattolo, commenti entusiasti. Il post sembra perfetto.
Tecnicamente non lo è.

Il pH è fuori range per quell’applicazione; il dosaggio dell’attivo supera le soglie raccomandate; il sistema conservante non è proporzionato alla matrice né al packaging. Nessuno, nei commenti, lo nota. Non per malafede. Per un motivo molto più interessante.

Chi è all’inizio di un percorso non ha ancora la mappa per capire quanto gli manca. Chi non conosce la chimica degli emulsionanti non sa cosa non sa sugli emulsionanti; chi non ha mai studiato la conservazione non percepisce il rischio microbiologico come reale, perché il prodotto non odora male e non cambia colore. Il problema è invisibile, e quello che non si vede non spaventa. Dunning e Kruger lo hanno spiegato quarant’anni fa con una precisione che il nostro settore farebbe bene a tenere a mente.

Il parallelo con la cucina è inevitabile — “spignattare” nasce proprio lì. Chiunque può cucinare; non chiunque sa cucinare. La differenza non è nell’entusiasmo, non nel numero di ricette provate, non nella qualità degli ingredienti. È nella comprensione di cosa sta succedendo in padella. A MasterChef, chi esce nelle prime puntate non è chi ha meno passione: è chi non ha studiato. Chi arriva in fondo, e a volte vince, ha costruito una base — con metodo, con la curiosità di capire il perché delle cose oltre al come.

La formulazione cosmetica funziona esattamente così. Si può imparare anche senza una laurea in chimica. Ma si impara — non si improvvisa. E la differenza non sempre si vede nel prodotto finito: si vede dopo, quando il conservante non regge, quando l’attivo irritante non era stato dosato correttamente, quando la formula che sembrava perfetta diventa instabile dopo tre settimane in bagno.

Cosmetech Academy esiste anche per questo. Non per distribuire ricette più sofisticate di quelle che girano nei social — quelle si trovano già, a bizzeffe. Per costruire la base che permette di capire cosa si sta facendo, e per imparare a porre la domanda giusta. Riconoscere una risposta seria da una che suona bene ma non dice nulla è già metà del lavoro.

Spignattare è bello. Sapere cosa si sta spignattando è un’altra cosa.

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