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L’errore che nessuno cerca


L’errore che nessuno cerca

Solitamente in questo spazio parlo di argomenti che, in vario modo, impattano sulle nostre vite. Il "nostre" è naturalmente nel senso più ampio: noi operatori del settore, le nostre imprese, il comparto, spaziando verso parti del mondo che stanno cambiando la nostra economia e la nostra visione della vita.
Questa volta voglio fare un'eccezione e calarmi nello storytelling, raccontando un fatto che riguarda noi e l'Academy. E sono sicuro che questa lezione serva a tutti, motivo per cui ci tengo a condividerla.

Il punto di partenza è il greenwashing e la scadenza del 27 settembre, quando diventa pienamente applicabile la direttiva europea 2024/825, che vieta le affermazioni ambientali generiche prive di prova verificabile. Un rapido excursus per chi non è dentro al tema: da quella data un claim come "naturale" non basta più dichiararlo, va dimostrato con un dato, e lo strumento tecnico riconosciuto per farlo è la norma ISO 16128, che definisce come si calcola l'indice di naturalità di un cosmetico.
Studiando il problema per proporre dei contenuti sul tema in Academy e su YouTube, siamo giunti a delle conclusioni e soprattutto a un'idea: realizzare un calcolatore per l'indice di naturalità da mettere a disposizione della nostra community.

E qui è scattata la trappola: studiare una norma richiede magari un pomeriggio, mentre interpretarla correttamente può richiedere mesi, e il motivo è che tra il testo di una norma e un metodo di calcolo funzionante esiste uno spazio che la norma stessa non colma: le scelte operative che nessun articolo esplicita, i casi limite che si palesano in modo subdolo, le decisioni che chi applica deve prendere da solo. In quello spazio si annida il rischio che riguarda chiunque lavori con la conformità, ed è un rischio celato, perché non ha l'aspetto dell'errore ma di una scelta ragionevole in apparenza.
Lo abbiamo sperimentato direttamente, e vale la pena raccontarlo per esteso, perché è più istruttivo di qualsiasi ragionamento astratto.
Quando abbiamo affrontato il calcolo dell'indice di naturalità secondo la ISO 16128, lo abbiamo fatto nel modo che consideravamo, e consideriamo tuttora, corretto: studiando il testo, ricostruendo la logica del metodo, verificando la coerenza dei passaggi. Su quella base abbiamo prodotto contenuti, spiegato il procedimento, sviluppato un primo strumento di calcolo, una "beta" in gergo tecnico. Il lavoro era documentato e argomentato, ma poggiava su un'interpretazione, e su un aspetto del criterio di calcolo quell'interpretazione era sbagliata.

Non ce ne siamo accorti per settimane, e la ragione è precisamente quella che rende questi errori tanto insidiosi: mancavano le controprove. Stavamo lavorando su esempi costruiti, non su una casistica reale ampia, e un esempio costruito ha un difetto strutturale, perché tende a confermare la logica con cui è stato costruito. Se il modello mentale è coerente al proprio interno, gli esempi che ne derivano tornano sempre. L'interpretazione plausibile e quella corretta, in assenza di casi reali che le mettano in tensione, restano indistinguibili.
L'incoerenza è emersa in un secondo momento, durante la preparazione di nuovi materiali, e soprattutto quando abbiamo deciso di evolvere un'applicazione palesemente dimostrativa in un modello completo e adatto a entrare in laboratorio.
Incrociando il lavoro nuovo con quello precedente e sperimentando formule vere, sono emerse le prime perplessità. Abbiamo quindi affiancato la normativa ufficiale, Excel e il calcolatore Naturalindex da una parte, e due modelli LLM di intelligenza artificiale dall'altra, rendendoci conto che i conti non tornavano. Rileggendo il capitolato della norma con un livello di attenzione diverso, conducendo simulazioni sistematiche e confrontando i risultati con quanto avevamo pubblicato, la discrepanza si è manifestata. A quel punto non c'era margine di interpretazione: il criterio andava corretto.

Lo abbiamo fatto. E poiché nel frattempo stavamo sviluppando la piattaforma completa di Naturalindex, era inevitabile intervenire su entrambi i piani, rivedendo il processo di calcolo e la struttura stessa dell'applicazione. La differenza sostanziale, rispetto a prima, è che il modello oggi è validato su dati reali e completi, non su esempi didattici: la versione di valutazione ne presenta alcuni, ma il motore è collaudato sulla casistica effettiva. È esattamente la controprova che mancava all'inizio, ed è ciò che trasforma un'interpretazione ragionevole in un metodo verificato.

Ci scusiamo innanzitutto con chi ha seguito quei contenuti nella versione precedente, e riteniamo che dirlo apertamente sia parte del lavoro, non un'appendice sgradevole.
Il motivo per cui vale la pena raccontare tutto questo, però, non è l'esigenza di mettersi in regola con la propria coscienza. Proprio io, che in questa rubrica parlo sovente dei rischi della sufficienza a discapito della competenza. È che questa vicenda dice qualcosa di preciso su come funziona davvero la competenza tecnica, e su un equivoco in cui si può incorrere in buona fede.
L'equivoco è che l'affidabilità coincida con l'assenza di errori. Non è così, e chi lavora con le norme lo sa: le interpretazioni divergenti sono la normalità, gli orientamenti cambiano, un criterio ritenuto pacifico viene rivisto. L'affidabilità non sta nel non sbagliare mai, condizione che nessuno può garantire onestamente. Sta nell'avere un sistema che l'errore lo intercetta, e la disciplina di correggerlo quando emerge.
Nel nostro settore accade quotidianamente il contrario. Circolano schede tecniche ferme a versioni superate, claim costruiti su interpretazioni mai riverificate, metodi tramandati da un'azienda all'altra senza che nessuno ne abbia mai controllato il fondamento o verificato se sia ancora attuale. Non perché ci sia malafede, ma perché verificare costa tempo e nessuno chiede di farlo. L'errore che nessuno cerca non esiste, finché non lo trova qualcun altro, di solito nel momento peggiore.

E c'è un'ultima considerazione, che riguarda gli strumenti. Il confronto sistematico tra i materiali, le simulazioni ripetute, l'analisi incrociata del testo normativo sono operazioni che oggi si possono condurre con una profondità che qualche anno fa avrebbe richiesto risorse fuori portata per una struttura come la nostra. È così che l'incoerenza è venuta a galla. Non perché uno strumento abbia sostituito il giudizio tecnico, che resta l'unica cosa capace di stabilire quale interpretazione sia corretta, ma perché ha reso possibile una verifica che altrimenti non avremmo fatto. Vale la pena tenerlo a mente, in un momento in cui si discute molto di cosa questi strumenti sappiano produrre e assai meno di cosa permettano di controllare.
Un metodo affidabile non nasce dalla lettura di una norma. Nasce dal metterlo alla prova finché non si rompe, e dal ripararlo quando si rompe.

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