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Tre libri per non essere il tacchino


Tre libri per non essere il tacchino

C’è una cosa curiosa nel nostro tempo: non siamo mai stati così circondati di risposte — ne abbiamo cento per ogni domanda, immediate, a portata di pollice, tutte apparentemente giuste — e insieme non siamo mai stati così impreparati a ciò che conta davvero. Sappiamo tutto di ciò che è già successo, e quasi niente di come affrontare ciò che deve ancora succedere. È un paradosso che vale la pena portarsi sotto l’ombrellone, perché l’estate — con il suo tempo dilatato, l’unico dell’anno in cui si può leggere qualcosa che non serve subito — è il momento giusto per guardarlo in faccia.

Vorrei farlo attraverso tre libri. Non una lista di consigli, ma un percorso: tre tappe di uno stesso ragionamento, che parte da dove siamo, passa da dove veniamo, e arriva a dove non possiamo sapere di andare.

Si comincia dal presente, e il presente lo racconta meglio di tutti Byung-Chul Han in “Nello sciame”. La sua tesi è tagliente: i media digitali ci hanno trasformati da folla in sciame. La folla aveva un’anima, formava un “noi”, era capace di visione e di azione comune. Lo sciame no — è fatto di individui isolati pur nella loro interconnessione, immersi in un presente continuo, sempre visualizzabile su uno schermo. E in questo presente continuo abbiamo perso due cose senza quasi accorgercene: la capacità di analisi e la visione del futuro. Le abbiamo scambiate per la reattività dello schermo, per la risposta pronta, per il commento immediato.
L’autore sud-coreano non è un nostalgico che rimpiange la carta: è un filosofo che ci mostra come il digitale, agendo sotto il livello della nostra decisione cosciente, ci stia riprogrammando. È il libro che ti dice dove sei. E ti lascia con una domanda scomoda: come si esce dallo sciame?

La risposta, almeno una risposta, arriva dalla tappa più inaspettata. Perché uscire dal presente continuo significa recuperare il tempo lungo — e per chi fa il nostro mestiere, il tempo lungo comincia dalle radici. “Storia del trucco e dei cosmetici” di Stefano Anselmo, dall’antichità all’Ottocento, sembra a prima vista un libro per soli addetti alla bellezza. È molto di più. È la dimostrazione che la cosmetica è tecnica da almeno tremila anni. Il nero che gli egizi mettevano intorno agli occhi — il kohl — non era solo trucco: riduceva la rifrazione della luce solare, teneva lontane le mosche, rallentava le infezioni oftalmiche. Era farmaco prima che ornamento, funzione prima che estetica. Studiare questa storia non è un esercizio di erudizione né un tuffo nostalgico: è capire che ogni cosa che oggi crediamo nuova poggia su stratificazioni profonde, e che — come dice il libro stesso — la padronanza del passato è un ingrediente indispensabile per creare il futuro.
Anselmo ti dà la profondità. E ti lascia con la domanda successiva: a cosa serve la profondità, se il futuro è comunque imprevedibile?

Qui entra la terza proposta, ed è quella che chiude il cerchio: “Il cigno nero” di Nassim Nicholas Taleb parte da un’idea semplice e potentissima: gli eventi che davvero governano la storia, l’economia, le nostre vite, sono rari, imprevedibili e di impatto enorme — eppure, dopo che accadono, li razionalizziamo come se fossero stati ovvi.
Il futuro, avverte Taleb, sarà sempre meno prevedibile di quanto crediamo, e nessuna quantità di dati passati ci mette al riparo. Lo spiega con un’immagine che dovrebbe accompagnare ogni formulatore: il tacchino. Ogni giorno l’uomo lo nutre, e ogni giorno il tacchino si convince un po’ di più che l’uomo esista per prendersi cura di lui. La sua fiducia è massima proprio il giorno prima del Ringraziamento. Il tacchino ragiona per induzione: ha sempre funzionato così, funzionerà sempre. Fino al giorno in cui non funziona più.

Quanti tacchini conosciamo, nel nostro settore. L’azienda che ha sempre venduto quel prodotto, con quella formula, con quell’ingrediente — fino al giorno in cui l’ingrediente sparisce dal catalogo o la norma lo vieta. Il professionista che ha sempre fatto così — fino al giorno in cui il “così” non basta più. Ne ho scritto altre volte, in questi mesi, senza avere il nome giusto per definirlo. Il nome è questo: è il problema del tacchino, ed è la forma più diffusa di cecità professionale che esista. Non si nasce tacchini per stupidità. Lo si diventa per induzione, perché il passato recente sembra sempre una guida affidabile per il futuro — finché ci accorgiamo che non lo è affatto.

Ed è qui che i tre libri si rivelano un unico discorso. Lo sciame di Han ci illude di sapere tutto, perché tutto è a portata di clic. Le radici di Anselmo ci ricordano che la conoscenza vera è stratificata, lenta, profonda — l’opposto della risposta immediata. E il cigno nero di Taleb ci avverte che, per quanto sappiamo, il futuro ci sorprenderà comunque, e l’unica difesa non è prevedere ma essere abbastanza attrezzati da reggere l’imprevisto. Studiare è il gesto che tiene insieme le tre cose: ti tira fuori dal presente continuo, ti dà la profondità che il presente continuo dissolve, e ti prepara a ciò che nessuna risposta pronta potrà mai anticipare.

C’è un motivo per cui tutto questo sembra inutile, oggi, e vale la pena nominarlo. Studiare non dà risultati immediati. Il libro che leggi in spiaggia questa settimana quanto l’articolo dell’Academy non ti servirà lunedì. Ti serve tra due anni, quando ti troverai davanti un problema che nessun tutorial aveva previsto, e scoprirai di avere gli strumenti per affrontarlo proprio perché, un’estate, avevi dedicato tempo a qualcosa che non serviva subito. È lo stesso paradosso di cui ho scritto a proposito della longevity: il valore più grande è spesso quello che non si vede nell’immediato. Vale per la pelle, vale per le persone.

In un’epoca che ha fatto della risposta istantanea la sua religione, dedicare tempo a capire in profondità è diventato quasi un gesto controcorrente. Ma è l’unico che non diventa mai obsoleto.
L’intelligenza artificiale ti darà mille risposte in un secondo, e sarà uno strumento straordinario — a patto che tu abbia studiato abbastanza da capire quali di quelle risposte sono giuste. Perché lo strumento non ti salva dal cigno nero. Ti salva la testa che hai costruito, un libro alla volta, anche quando sembrava che non servisse.

Buona lettura, allora. E buona estate — a chi la usa anche per non restare, il prossimo autunno, l’ennesimo tacchino convinto che tutto andrà sempre come è sempre andato.

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