Tre libri per non essere il tacchino

C’è una cosa curiosa nel nostro tempo: non siamo mai stati così circondati di risposte — ne abbiamo cento per ogni domanda, immediate, a portata di pollice, tutte apparentemente giuste — e insieme non siamo mai stati così impreparati a ciò che conta davvero. Sappiamo tutto di ciò che è già successo, e quasi niente di come affrontare ciò che deve ancora succedere. È un paradosso che vale la pena portarsi sotto l’ombrellone, perché l’estate — con il suo tempo dilatato, l’unico dell’anno in cui si può leggere qualcosa che non serve subito — è il momento giusto per guardarlo in faccia.
Vorrei farlo attraverso tre libri. Non una lista di consigli, ma un percorso: tre tappe di uno stesso ragionamento, che parte da dove siamo, passa da dove veniamo, e arriva a dove non possiamo sapere di andare.
Si comincia dal presente, e il presente lo racconta meglio di tutti Byung-Chul Han in “Nello sciame”. La sua tesi è tagliente: i media digitali ci hanno trasformati da folla in sciame. La folla aveva un’anima, formava un “noi”, era capace di visione e di azione comune. Lo sciame no — è fatto di individui isolati pur nella loro interconnessione, immersi in un presente continuo, sempre visualizzabile su uno schermo. E in questo presente continuo abbiamo perso due cose senza quasi accorgercene: la capacità di analisi e la visione del futuro. Le abbiamo scambiate per la reattività dello schermo, per la risposta pronta, per il commento immediato.
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